Capitan capitone e Gennaro Spartivento, ‘o criminale

Capitan Capitone

All’inizio degli anni ‘90 avevi solo una chance per essere considerato colto, intelligente e di sinistra. Di una sinistra-sinistra, che stava più a sinistra del PCI, di Rifondazione Comunista e di Democrazia Proletaria.
Di una sinistra così sinistra che se dovevi dare un’informazione ad un passante non ti veniva “Vada diritto e a 100 metri svolti alla prima a destra”. Non ci riuscivi. A volte rispondevi “Vada fino in fondo a questa strada per 2 km, poi ritorni indietro per circa un km e 9 e, poi, svolti a sinistra” Altre volte – devo dire in modo scortese – “Ha sbagliato posto ritorni da dove è partito. Qui di gente che va a destra non ne abbiamo bisogno”.
Di una sinistra così sinistra che non ti potevano mancare gli occhiali tondi tondi all’Antonio Gramsci della copertina “Lettere dal carcere”, iniziativa editoriale de L’Unità, anche se le diottrie stavano tutte al loro posto. E ti arrabbiavi se ti complimentavano “Belli questi occhiali all’Albano!
“Colto, intelligente e di sinistra?” Dovevi avere il CD Vite Perdite di Daniele Sepe (consiglio di ascoltare “tempus est locundum”) ed esporlo sul cruscotto dell’auto, metterlo nella tasca destra del giaccone e tirarlo fuori nel momento meno opportuno e leggere i testi delle canzoni a Lei, proporlo come sottofondo ad una serata tra amici o appoggiarlo alzato sulla mensoletta della musica vicino all’assemblato radio, lettore cd, musicassette.
“Colto, intelligente e di sinistra”. Se poi volevi essere considerato anche bello cioè “Bello, colto, intelligente e di sinistra” anche qui la chance era una sola: ti dovevi truccare.
Questo per descrivere la considerazione che aveva di Daniele Sepe quella generazione nata a cavallo degli anni Sessanta e Settanta, che non aveva conosciuto direttamente gli Showmen di Mario Musella e la NCCP di Roberto De Simone ma era cresciuta con Pino Daniele. Musicista raffinatissimo, sassofonista jazz e sperimentatore di contaminazioni reggae, folk, rock, rap, blues, canzone napoletana e musica classica.
Talmente forte la personalità musicale di essere personaggio cult di “certi ambienti sinistroidi” come dicevano gli esponenti democristiani e missini degli anni ottanta.
Ho ricominciato ad ascoltarlo da più di un anno rimanendo entusiasta dell’album Capitan Capitone ed i Fratelli della Costa ed ancora di più dal nuovo Capitan Capitone ed i Parenti della Sposa.
Poesia dei testi, qualità della composizione musicale, raffinatezza (ripeto raffinatezza) ed estro di tutti i musicisti e cantanti coinvolti.  Gnut Tartaglia, PeppOh, Primo, Gragnaniello e tanti altri nella ciurma di cui Sepe è il capitano, Capitan Capitone.
Sepe produce un concept album, un’opera complessiva, dove tutti i pezzi raccontano “una storia” come faceva Edoardo Bennato tra gli anni Settanta e Ottanta, attingendo dalla macchietta napoletana, dal rap passando per la rumba fino ad arrivare ai western di Leone e Morricone. Uno spasso.
L’uso degli arrangiamenti western nella canzone napoletana non è una novità.
La sceneggiata napoletana (isso, essa, ‘o malamente, ‘a mamma, ‘o nennillo, ‘a comica e ‘o comico) – dopo i successi dei primi anni del secolo scorso con gli autori Maio (Crescenzo, Oscar e Gaspare), Enzo Lucio Murolo e Raffaele Chiurazzi – fu rilanciata negli anni Sessanta grazie alle regie ed ai testi di Vincenzo De Crescenzo (autore di Luna Rossa, padre di Eddy Napoli e zio di Eduardo) e all’accoppiata Enzo Di Domenico (musiche e parole) e Mario Merola (cantantattore).
Il rilancio avvenne – oltre per la qualità artistica delle varie componenti – sulla base di un’idea: lo scontro tra il bene ed il male, l’individuo solo, offeso ed umiliato costretto a scappare per il “quieto vivere della famiglia”, il ritorno, la vendetta e la giustizia fatta da sé con un duello finale “cartello pe curtiello” si ispira al genere western leone-morriconiano, che a sua volta si ispira al mito giapponese del Ronin – letteralmente “uomo alla deriva”, “persona che impara a diventare samurai” – che il maestro Akira Kurosawa aveva trattato nel capolavoro I Sette Samurai (1954). La prima di queste è ‘O sgarro del 1969 con la prima trasposizione cinematografica del genere.
In queste “sceneggiate western” uno dei personaggi si chiama Gennaro Spartivento, un ronin che rifiuta gli espedienti della giustizia formale (infermità mentale) per essere condannato in quanto ha ucciso l’assassino della figlia tredicenne non per vendetta ma per giustizia.
Di Domenico, come Sepe, è un compositore vero ed autentico, di grande qualità, con uno stile preciso e definito ma lontano dai mari di capitan Sepe, talmente lontano anzi lontanissimo che alla fine si sono incontrati in un mare aperto stranamente pieno di pistoleri e pirati, mandolini, sassofoni, sposalizi, bandane, pistole e curtiello.
Di Domenico è stato un innovatore. Il coraggio a Sepe non manca. Salpate insieme, l’avventura ci aspetta.

di Vincenzo Russo Traetto