Brexit: la scelta “trumpiana” del Regno Unito

Questa mattina tutti noi ci siamo svegliati con la notizia dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.

Ormai non si parla d’altro. Il “leave” trionfa col 52% sul “remain”. Il primo ministro David Cameron si dimette, mentre Boris Johnson, promotore del leave, ex sindaco di Londra, leader del partito nazionalista (UKIP), è (guarda caso) il favorito alla successione.

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Boris Johnson

Sul web si legge: “Capelli platinati, eccentrico, molto colto, politicamente scorretto, a volte sboccato. In passato ha espresso giudizi offensivi nei confronti degli omosessuali (“malati”), dell’islam (“religione d’odio”) e del multiculturalismo. Pian piano poi ha ammorbidito le sue posizioni.”

Ricorda somaticamente e, purtroppo, politicamente il simpaticissimo Donald Trump (sostenitore d’oltreoceano del Leave).

 

Non voglio fare un’analisi economica dell’esito del referendum, non ho intenzione di prevedere le ripercussioni positive o negative della vittoria del Leave. Nè avrei le competenze.

Piuttosto provare a ragionare sul carattere socioculturale di questa scelta.

Partiamo dalle origini, perchè si è stati chiamati a votare: uscire dall’Unione per fermare la libera circolazione delle persone, fondamento dell’Ue. Ciò significa controllare le proprie frontiere, per gli immigrati europei ed extraeuropei.

Secondo un sondaggio di YouGov il 75% dei giovani tra i 18 e i 24 anni hanno votato per il Remain, così come il 71% dei laureati. Un dato abbastanza facile da leggere, segno che lì dove c’è cultura la demagogia perde.

Ciò non vuole togliere la legittimità dell’esito, questo è il gioco della democrazia, che piaccia o meno.

Dunque hanno vinto i nazionalisti, scegliendo la via “trumpiana” che dimentica i valori dell’accoglienza e del cosmopolitismo tanto cari al “bel pensare” democratico (o pseudodemocratico).

Parliamoci chiaro non è mai stato un referendum di ordine economico (che poi ora si devono capire le ripercussioni positive e negative sul mercato e sulla moneta inglese è un altro discorso), ma di tipo sociale. L’elettore tipo che ha votato per il Leave si sarà detto “usciamo dall’UE così non vengono più questi neri\arabi\italiani\greci\est europei ad invadere le nostre città”.

L’uscita dell’Unione sarà comunque negoziata, e c’è da vedere in che modo: ci saranno disparità di trattamenti tra europei ed extraeuropei? Il passaporto europeo sarà comunque forte da non farci pesare più di tanto questa scelta? Che tipo di svantaggi avranno gli studenti o i professionisti con titoli di studio europeo?

Insomma è tutto da vedere. Gli “esperti” parleranno e scriveranno tanto (in realtà già hanno iniziato).
Ciò che già si può notare è quello che sta succedendo nel mondo..civile.

Negli USA, la patria della libertà, un pazzo di nome Donald Trump, che predica odio ed intolleranza, è il candidato più votato della storia del PartitoRepubblicano con 13 milioni e 406 mila voti, concorrendo prepotentemente per la presidenza. In Inghilterra i più accesi nazionalisti chiudono le frontiere e colgono la palla al balzo per salire al potere.

Stiamo forse tornando indietro?
Dopo 27 anni dalla caduta del muro di Berlino, un muro ideologico si sta ergendo violentemente.

Dove stiamo andando?
Non lo so, ma questa strada non mi piace.

Questo referendum ha mostrato che il sistema europa non si basa su solide basi, che l’Unione Europea non fa gli interessi di tutti gli europei. I valori da cui è nata l’UE devono oggi tornare ad essere un punto di partenza su cui ricostruire una politica europea che tuteli i diritti di ogni cittadino ne faccia parte, a prescindere dalla nazione di appartenenza.
Si può ancora cambiare strada.

di Fulvio Mele

About fulvio mele

Fulvio Mele: Ventenne Giornalista Pubblicista da Marzo 2016 e Vicedirettore di Informare da Giugno dello stesso anno. Diplomatosi al Liceo Scientifico R. Caccioppoli di Napoli. Laureando in Sociologia (scienze sociali) presso la Facoltà della Federico II. Entra nell'associazione "Officina Volturno" nell'agosto 2013. Esordisce come giornalista nel mensile di ottobre 2013, scrivendo una rubrica sui libri, "Leggi che ti passa". "Credo che per essere giornalista bisogna essere curioso e andare oltre le cose; credo che la notizia non si crea ma la si racconta entrandoci dentro, aprendola dall'interno; credo che un vero giornalista scrive di emozioni e di storie, soprattutto dà voce a chi voce non ne ha ; credo che essere giornalista sia uno stile di vita"