Danze orientali in carcere: una leggiadra evasione per le detenute di Pozzuoli

I percorsi che la vita disegna spesso sono imprevedibili. Così può accadere che una geologa di professione motivata a realizzare qualcosa per gli “altri”, decida di prestarsi ad insegnare danze orientali alle detenute della Casa Circondariale di Pozzuoli. Un’idea nata per caso, come ammette Annalisa Virgili, ma che dopo 5 anni è divenuto un appuntamento molto atteso dalle “diversamente libere” nell’ambito del ricco percorso formativo che offre il penitenziario flegreo. È proprio questa esperienza ha spinto la Virgili a volerne conservare il ricordo, ed anche il valore, trasfondendo le emozioni vissute in un docu-libro, “Danze Orientali dall’interno del carcere”, edito da Grafica Elettronica, e realizzato con il contributo della giornalista Ornella d’Anna, che dirige LadyO – un giornale on line per sole donne (www.ladyo.it). Abbiamo incontrato entrambe presso la nostra redazione per conoscere da vicino gli aspetti di un percorso inedito ma senz’altro molto interessante.

Cosa L’ha spinta a fare questo libro?
«La realizzazione di questo docu-libro nasce da anni di progetti all’interno del carcere, progetti che mi hanno permesso di avvicinare donne di etnia, età e culture differenti. Mi ha permesso di conoscere la forte umanità ed i sentimenti che racchiudono, la voglia di vivere e le pene che nascondono. Ho voluto raccontare tutto questo oltre il lavoro svolto, l’impegno e la voglia di riscatto che queste donne mostrano. Vorrei, ed il condizionale è d’obbligo, che si potesse comprendere che coloro che hanno “sbagliato” e stanno scontando i loro errori: sono persone alle quali si dovrebbe sempre dare una seconda possibilità».

Ha avuto collaborazione dalle istituzioni penitenziarie?
«Da parte delle istituzioni penitenziarie c’è sempre stata la massima collaborazione. È massima durante lo svolgimento del progetto, è stata totale nel periodo di elaborazione del libro.».

Come avviene l’incontro con Ornella d’Anna?
«Ornella, conosciuta tramite amicizie comuni, ha seguito come giornalista tutte le performance di fine anno delle detenute. Quando ho elaborato l’idea di trasferire questa esperienza fuori dalle mura del carcere mi è venuto spontaneo coinvolgerla articolando, così, la struttura del docu-libro come una scrittura a quattro mani».

In questi incontri avete avuto la possibilità di conoscere i reati per i quali le donne erano detenute?
Annalisa: Ovviamente, per delicatezza e per evitare di entrare in una sfera strettamente personale, non chiedo mai il motivo della detenzione, ma quando parlano tra loro ascolto e comprendo. I reati sono di diversa natura e variano, a seconda dell’area di provenienza o dell’etnia, dal furto allo spaccio, dallo sfruttamento di minori a reati maggiori.

All’interno del carcere avete ricevuto disponibilità?
Ornella: «Io mi sono occupata soltanto delle interviste ed ho trovato in questo una grande disponibilità, seppur ognuna con una particolare predisposizione in virtù del proprio background. L’approccio è diverso in base alle origini ed al contesto da cui vengono. Ognuna di loro comunque ha portato qualcosa di sé: è stato un momento di crescita, per loro e per me».

La vita interna del carcere com’è, quali le condizioni?  Esiste un programma di reinserimento?
Annalisa: «Il carcere di Pozzuoli, a differenza di altri è una struttura di medie dimensioni con una grande offerta formativa. Le ospiti hanno la possibilità di intraprendere un iter scolastico di base raggiungendo il traguardo della licenza media. Nel tempo, poi, sono stati attivati corsi per pizzaioli professionisti, corsi di cucina, di cura del verde ed altro. Il problema non credo sia l’offerta formativa del carcere ma il rientro del soggetto, una volta scontata la pena, nel contesto di appartenenza».  

Come hanno risposto a queste attività le detenute? Lo hanno fatto solo per rompere la monotonia del carcere o hanno aderito con piacere?
Annalisa: «I primi anni di progetto la danza era una delle occasioni per poter uscire dalla cella. Oggi la condizione detentiva è cambiata. Con l’introduzione della “sorveglianza dinamica” le detenute hanno maggiore libertà di movimento, conseguentemente coloro che partecipano ai corsi lo fanno con piena intenzione e non per uscire dalla cella, salvo poi scoprire che quel corso non piace. Il corso è propedeutico alla performance finale e le allieve che vi arrivano sono motivate e cariche emozionalmente tanto da trasformarsi in protagoniste dando il massimo ed il meglio di sé».
Ornella: «Attraverso i saggi di danza orientale le detenute tirano fuori la loro parte femminile, per alcune ore dimenticano perché sono lì, i reati, la sofferenza, la solitudine. Si esprimono seguendo, sì, la parte assegnatele ma anche muovendosi in maniera autonoma, segno che sono davvero libere».  

Hanno figli le detenute che avete conosciuto?
Ornella: «Certo! E, difatti, i proventi della vendita del libro serviranno a finanziare un’area verde di gioco per i loro bambini. Molte di loro, però, non hanno più rapporti con i figli: i rapporti spesso si deteriorano in virtù della distanza e della detenzione. Sono poche quelle che hanno famiglie alle spalle – basti pensare alle detenute provenienti dai paesi dell’Est o dall’Africa, che arrivano in Italia spesso da sole; ancora più poche quelle che riescono a mantenere legami saldi».

Ornella, come giornalista cosa le è rimasto di positivo di questa esperienza?
«La cosa che mi ha colpita di più è che l’universo del carcere è completamente diverso da come appare. Chi non lo vive davvero, chi non approccia questa realtà, non può conoscere fine in fondo il mondo di queste donne. Io l’ho vissuto con l’occhio critico di una donna che si occupa di donne, ho vissuto situazioni di maternità e di affettività particolari, uniche. In definitiva mi resta tutto ciò che di positivo c’è nel carcere, che è molto di più della superficie: i legami, le storie, gli ambienti… Ma penso sia giusto soffermarsi anche un attimo ai lati negativi: ad esempio, cosa accade a queste persone quando lasciano le celle, varcando i confini di quello che – a conti fatti – per loro è diventato anche un po’ un ‘nido’, una protezione? Spesso tornano da dove sono venute e tornano ad immergersi negli stessi circuiti di provenienza, in una spirale problematica dalla quale solo le istituzioni, attraverso una riforma seria delle politiche di welfare, potrebbero tirarle fuori».

di Fabio Russo
avv.fabiorusso1975@libero.it

Foto di Maria Grazia Scrima

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