Andrea Mertens ed il Valzer di Jacques Brel

Dries Mertens

Se la vogliamo dire tutta chiamarlo Ciro ci porta fuori strada. Dries Mertens, calciatore del Napoli, ha un nome difficile ma è il suo nome. Dries, diminutivo di Andries il nostro Andrea. E con tutto il rispetto per San Ciro che era pur sempre un martire Sant’Andrea era, addirittura, un apostolo di Gesù. Mentre scrivo questa cosa mi viene in mente lo splendido sketch di Massimo Troisi e Lello Arena che mettevano in competizione proprio San Ciro con San Gennaro per ottenere una grazia, un miracolo: la vincita al lotto.

Lo chiamiamo Ciro come volessimo precludergli la fantasia o la passione che appartiene “solo” a Napoli e ai napoletani. Non è così, siamo fuori strada.

La “fantasia calcistica partenopea” può essere attribuita a Insigne oppure ad uno come Antonio Capone che nella stagione calcistica 1977/78 allo stadio San Siro contro il Milan di Liedholm – dopo essere stato provocato dal suo allenatore Gianni Di Marzio “Totonno, questa è la “scala del calcio, oggi ti marca un nazionale come Collovati. Ora tocca a te, vedi tu che vuò fa?” – dribblò tutti i calciatori del Milan, compreso il portiere e l’arbitro, oltre a segnare un gol che gli annullarono e conquistarsi un rigore trasformato da Savoldi. Il mister svedese gli cambiò due volte la marcatura – cosà mai successa fino a quel momento nel campionato italiano – dopo Collovati, gli mise addosso Maldera e poi Morini. Niente da fare. Rivera gli strinse la mano e Beppe Viola aprì “La domenica sportiva” sulle sue giocate: “Guardate cosa fa questo ragazzino”.

E per capire il calcio bisogna dare ascolto a Mourinho “chi sa solo di calcio non sa niente di calcio”. Andare oltre come ci hanno insegnato Saba, Brera, Caminiti, Osvaldo Soriano, Edmondo Berselli, Manuel Vázquez Montalbán, Mario Soldati, Nick Hornby: la partita di calcio non è mai una partita di calcio.

E Andrea Mertens dopo il gol alla Lazio il 20 settembre 2017 non è Ciro e tantomeno Maradona.

Lui è un fiammingo delle Fiandre, che sarebbe la parte olandese del Belgio diversa da quella francofona o germanofona.

Lo abbiamo capito quando ha scelto il numero della maglia. Il 14 lo portava Marco Tardelli al Mundial ’82 ma questo non dice niente per lui, solo per noi italiani. Il 14 è, soprattutto, il numero del “Pelè bianco” Johan Cruijff e chi è nato in quella parte d’Europa lo sa. Il 14 è tutto per un olandese o per uno che nasce a Lovanio. Cruijff scelse Barcellona, Dries Napoli. Partiamo da qui ma non è tutto.

La poesia di questo calciatore ha altri due componenti. Una fisica e l’altra culturale. Il padre Herman è stato 5 volte campione del Belgio per la ginnastica a corpo libero. Le sue piroette, quel modo di alzare la coscia o scattare con il busto avanti è un fatto fisico e genetico. Il papà ne ha merito.

Jacques Brel
Jacques Brel

La componente culturale è Jacques Brel, forse il più grande poeta musicale del XX secolo: Endrigo, De Andrè, Paoli e la scuola genovese, Cohen e Dylan tutti dopo di lui. Come non può tener conto di Brel uno che è nato nelle Fiandre. Non c’è la fa un francese, come può farcela un fiammingo? E’ come dare una chitarra ad un napoletano e dirgli suona. Le prime note saranno quelle di Pino Daniele, matematico.

E allora io quando vedo giuocare Andrea Mertens con la maglia del Napoli non penso a Maradona (mai nominare il nome di Dio invano, ragazzi non scherziamo) ma a Jacques Brel e ad una canzone del 1959 “La valse à mille temps”.

Herman quando volteggiava con scapole e femori la faceva sentire al figlio, anzi Andrea l’ascoltava prima delle partite o si metteva daccordo con un dj di Lovanio per metterla in onda quando lui entrava in campo in sostituzione del titolare. E’ in quella canzone che Andrea comprende la progressione drammatica dei suoi dribbling. E’ il “crescendo breliano” che Gaber utilizzò in “Com’è bella la città” del 1969, perché i dribbling di Mertens sono sempre drammatici e progressivi sono “breliani” come quelli di Insigne sono “fioriture alla Sergio Bruni” e come le corse dell’andaluso Callejon costituiscono assoli di bulerias.

La valse à mille temps” inizia che lui e lei si studiano soavemente ma il valzer è accennato quasi come un carillon (“Al primo tempo del valzer, Tutta sola tu già sorridi, Al primo tempo del valzer, Sono  solo ma  ti ho scorto”) poi mano a mano il valzer “progredisce” a tre tempi che divengono poi quattro, poi venti, quaranta, cento e mille tempi ed, infine,  scoppia la gioia di un milione di dribbling come li fece Antonio Capone – il Garrincha di Vietri sul mare – in una partita a Milano, dolorosi e progressivi.

Per favore non lo chiamate Ciro perché i fiamminghi hanno avuto la poesia di Jacques Brel.

di Vincenzo russo Traetto