Acquedotto Augusteo del Serino: la più grande opera idraulica costruita dagli antichi romani

Parte del Acquedotto Augusteo del Serino ritrovato nel rione Sanità. La più grande opera idraulica costruita dai romani in Italia

Ritrovata nello scantinato di un palazzo nel rione Sanità parte della più grande opera idraulica costruita dai romani in Italia

Una forte precipitazione, un cedimento e avviene l’insospettabile scoperta: il palazzo Peschici Maresca nasconde tra le sue fondamenta un’opera dal valore inestimabile. Un caso fortuito innesca una ricerca sistematica, come sempre è nell’archeologia. Questo accadeva nel 2011.

Quattro anni dopo, 2 Ottobre 2015, viene presentato il prodotto degli studi che hanno coinvolto squadre di ricercatori ed archeologi, occupati nella datazione e nella definizione dei reperti rinvenuti. Al contrario di ciò che si può pensare questa non è stata una vera e propria scoperta, è molto più esatto parlare di “rinvenimento” essendo stata una struttura perennemente sotto gli occhi di tutti, locata in quel posto da secoli.

Il palazzo Peschici Maresca nascondeva tra i suoi seminterrati un tratto dell’acquedotto Augusteo del Serino. Non ci troviamo tra i templi di Paestum, né tra le domus Pompeiane, bensì in uno dei quartieri dalle potenzialità storico/archeologiche più forti di Napoli: il rione Sanità. Celebre, purtroppo, per motivazioni ben diverse, questo quartiere nel suo sottosuolo cela più di una struttura degna di nota che lo rende location appetibile per la comunità archeologica di tutto il mondo. Esempi già famosi sono rappresentati dai numerosi ipogei (strutture funerarie ndr) che furono scoperti e studiati dopo il terremoto degli anni ’80, oggi visitabili dal pubblico.

Francesco Colussi, progettista, insieme a Carlo Leggieri, assistente tecnico alla sovrintendenza dei beni archeologici, gestisce e supervisiona l’acquedotto tramite la loro associazione CELANAPOLI.
Francesco Colussi, progettista, insieme a Carlo Leggieri.

«Gli ipogei avevano prospetti monumentali che li collegavano l’uno con l’altro, nella zona ne dobbiamo immaginare un centinaio» ci dice Francesco Colussi, progettista, che, insieme a Carlo Leggieri, assistente tecnico alla sovrintendenza dei beni archeologici, gestisce e supervisiona l’acquedotto tramite la loro associazione CELANAPOLI. «Nella zona dell’acquedotto ne abbiamo individuati circa dodici, di cui undici sono visitabili, costruiti intorno al IV secolo a.c. La quota di campagna era più bassa di quella attuale di 5/6 m. Nell’età di Augusto, che muore il 14 d.C., si decise di costruire il grande acquedotto che partiva dalle sorgenti del Serino, in provincia di Avellino, e arrivava a Miseno, con un percorso di circa 100 km. Dalla crisi dell’impero romano in poi non c’è stata più manutenzione delle colline che si trovano intorno alla valle dei vergini ed alcuni fenomeni alluvionali portarono a valle gran quantità di terreno, il che ha riempito quest’area sopraelevandola di circa 6m, portando le arcate a rimanere sommerse dalla cosiddetta “lava dei vergini”. Il canale era alto 90 cm, l’altezza dell’acqua era circa 1,50 m e viaggiava alla velocità di 1m/s, portando all’incirca 1.000 litri di acqua ogni secondo. È, senza dubbio, la più grande opera idraulica costruita dai romani in Italia. Se si considerano tutte le diramazioni si supera anche la lunghezza dell’acquedotto di Cartagine, che è lungo circa 150 km. L’acquedotto ha un’importanza rilevante rispetto agli altri ipogei circostanti, costruiti circa 300 anni prima, per questo quando costruiscono l’acquedotto decidono di passarci tranquillamente sopra».

La valorizzazione culturale di un’intera zona può «partire dal basso» come afferma Carlo Leggieri, presidente della CELANAPOLI (da Carlo Celano, studioso che nel ‘600 iniziò a studiare la zona). «La presenza di beni culturali nella Sanità è straordinaria e da questi può ripartire il recupero del tessuto urbano e sociale di un quartiere conosciuto come luogo di realtà criminali. Il quartiere risponde molto bene alla nostra attività perché la fruizione educa. La riappropriazione del contesto porta ad una progressiva personificazione dell’utenza con il territorio circostante. Lo scopo, nostro e di altre associazioni, è quello di creare un museo diffuso in questo quartiere pieno di attrattori culturali».

La valorizzazione del patrimonio culturale rappresenta storicamente una delle pecche sociali della nostra città. Il problema risiede nell’abbondanza di reperti storici e artistici che si camuffano per i vicoli che quotidianamente vengono percorsi. Dovremmo abituarci a prestare attenzione a tutto ciò che ci circonda perché ogni cosa, anche uno scantinato, può regalarci la migliore delle scoperte (o il migliore dei “rinvenimenti”).

di Savio De Marco
Foto di Gabriele Arenare

Tratto da Informare n° 152 Dicembre 2015

About Salvatore De Marco

Salvatore De Marco nato il 18/10/1992 a Napoli. Tutti lo conoscono come Savio De Marco. Diplomato al Liceo Classico Vittorio Emanuele II di Napoli. Laureando presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II in Scienze Politiche. Ama l’arte, la filosofia e la scrittura e il teatro, appassionato di cinema e fumetti. Coordinatore e Regista di una compagnia amatoriale teatrale “Pazzianne & Redenne” formata totalmente da giovani. Milita in un’associazione culturale “ViviQuartiere Napoli” attiva nella riqualificazione del nostro territorio.