GIORNATA DELLA MEMORIA – Alberta Levi Temin, sopravvissuta all’Olocausto: «Siamo tutti uguali»

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Alberta Levi Temin

Premessa

Grazie Alberta, grazie Sandro… Grazie ad Alberta Levi Temin per la sua forza, il suo messaggio, la sua energia e, soprattutto personalmente, per il suo abbraccio finale. Grazie a Sandro, suo figlio e mio amico, che ha consentito questo incontro bellissimo insieme a tutti i ragazzi. Grazie a Fabio Corsaro, Carmine Colurcio, Salvio De Marco e Giovanni Imperatrice per essere stati presenti, aver partecipato e risultati fondamentali per condividere emozioni uniche. Vi lascio ad una lettura tutta d’un fiato…

Il ricordo…

Riuscire a ricordare e poter buttar fuori tutto ciò che ho passato… Questa è stata la mia salvezza, perché per anni non sono riuscita a parlarne. Non per nascondere, tutt’altro.

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La Carta d’Identità falsa della Sig.ra Levi

Per salvarmi la vita dovetti fare carte false. Tant’è che nessuno sapeva che ero ebrea; ho cambiato città, ho lasciato la mia casa. Io sono nativa di Ferrara e riuscii a fuggire a Roma ben tre giorni prima della deportazione. Subito facemmo le carte false, divenni Alberta Nanni al posto di Alberta Levi, un cognome specificamente ebraico. Della mia famiglia ne hanno ammazzati undici, tra zii e cugini di primo grado. Ah no! Io che ci sono passata lo devo raccontare! Le mie amiche non sapevano la mia storia, quando la raccontai, una di loro che era professoressa, mi chiese di andarla a raccontare ai suoi studenti. Da lì una chiamata dopo l’altra. Molte migliaia di persone hanno sentito la mia storia… Io sono scappata da Ferrara l’11 ottobre del 1943. Con i miei genitori e mia sorella, avevo appena compiuto 24 anni. Siamo andati a Roma dal fratello di mio padre, l’ingegner Mario Levi. Fuggimmo da Ferrara perché una settimana prima erano venuti nelle case, non i tedeschi, mi dispiace dirlo, ma i soldati italiani, di notte. Suonarono il campanello e si presentarono come “la questura”. Andammo ad aprire e dissero che cercavano un certo Tullio Ravenna, nome di mio nonno morto da 22 anni. Non cercavano mio nonno, ma un altro Tullio Ravenna: mio cugino, il quale non era in Italia, ma in Svizzera. Dopo capimmo che loro cercavano i giovani. Quella notte a Ferrara furono deportati 23 giovani ebrei tra i 20 e i 30 anni. Questo noi lo avremmo saputo dopo; scappammo perché pensavamo che il Tullio Ravenna ricercato fosse mio padre, che aveva un altro nome, essendo il genero di mio nonno, ma aveva continuato il suo lavoro nella ditta di rappresentanze. Giungemmo a Roma. Napoli era già liberata, per questo pensavamo che di lì a poco sarebbe toccato alla capitale. Roma, inoltre, era città aperta, vi era il Papa, che non ci ha dato alcun tipo di aiuto, ma lo scuso. Non era facile fare qualcosa, specialmente se si ha la responsabilità di tutti i cattolici. Sono situazioni in cui non mi sento di accusare nessuno. Ma ringrazio coloro che hanno fatto tanto per me. Dopo tre giorni che ero a Roma sentii suonare il campanello, guardai l’orologio e vidi che eravamo in pieno coprifuoco. O sono i fascisti o sono i tedeschi. Non volevo risentire quel passo per la casa, anche perché in casa uomini tra i 20 e i 30 anni non ce n’erano. A Ferrara il questurino girò per tutta la casa, aprì gli armadi, guardò sotto i letti e non trovò alcun giovane. Fresca di questo ricordo pensai che anche a Roma non avrebbero trovato nessuno. Aprii una finestra e uscii fuori al balcone, giusto in tempo per sentire le urla di mia zia che diceva “sono i tedeschi”. Io dal balcone sentivo tante urla, sembrava fossero entrati in dieci, invece erano due, ma questo lo seppi dopo. Mia sorella scese subito dal letto matrimoniale, nel quale dormivamo insieme a mia mamma, e notando la baionetta dei soldati, appena si aprì la porta, subito chiuse la finestra. Non sono un’eroina. Sono rimasta là fuori mentre sentivo che portavano via mia mamma, mia sorella, i miei zii e mio cugino. Rimasi paralizzata, perché capii subito che li avrebbero portati via tutti. In meno di venti minuti la casa era vuota di persone. Mio cugino, prima di essere portato via, ha aspettato fino all’ultimo istante ed è riuscito ad aprire un pochino l’anta del balcone che arrivava fino alla cucina, perché tutti avevano capito che io ero fuori. Ho sentito chiudersi la porta. Proprio dal balcone della cucina riuscì a _MG_0577rientrare in casa, poiché collegava con la camera in cui eravamo. Subito dopo ho sentito chiudersi la porta di casa. Mia mamma e mia sorella si son salvate, ma quello stesso giorno, a Roma, presero 1230 persone. Uomini, donne, bambini, ammalati gravi, perché al campo c’era un’infermeria e nessuno poteva rimanere indietro. Entravano nelle case e portavano via tutti. Ma quei giovani non sapevano dove li portavano. Noi l’abbiamo saputo a fine guerra. Noi pensavamo che li portassero a lavorare e che qualcuno sarebbe morto per freddo, fame o stenti, ma non che qualcuno li ammazzasse. Li hanno tenuti nel collegi militare per 2 giorni. In 2 giorni hanno portato via tutti. La mattina ho cercato subito mio padre che dormiva in un’altra casa, ospite di una signora gentilissima, e lì non erano entrati. Nella vita nulla accade per caso. Ci siamo rivisti subito e, quando l’ho incontrato, mi son sciolta in lacrime; papà mi ha lasciato dalla signora che lo aveva ospitato, mentre lui si mosse, andando a vedere che cosa si poteva fare, andando a cercare un amico di mio zio che era un Ministro, al quale chiamava per chiedergli un appuntamento urgente. Gli danno un appuntamento per le 4 del pomeriggio e una volta incontrato il Ministro, lo stesso affermò che “loro non erano più i padroni di Roma e non possiamo fare nulla per evitare quanto stava accadendo circa le deportazioni”. Papà arrivò a casa la sera e mi disse: “La famiglia deve restare unita, mi vado a presentare, così possiamo raggiungere i nostri cari”. Non esitai a dire che volessi andarci io. L’amico di papà di cui eravamo ospiti ci dette ragione, ma ci ricordò che a causa del coprifuoco non ce l’avremmo fatta ad arrivare in tempo al collegio militare. L’indomani, ci disse, che ci avrebbe accompagnato lui. Fu la nostra fortuna. La sera però non potevamo essere teoricamente ospiti lì, perché avremmo dovuto rilasciare la carta d’identità al portiere del palazzo che la passava alla questura e noi non potevamo dargliela. E, quindi, ci dovemmo nascondere. Eravamo ospiti di una signora che abitava al sesto piano e ci sistemammo in cucina. Il soffitto era abbassato, aprimmo una botola e ci mettemmo una scala. Nel caso fosse suonata la porta, saremmo dovuti salire immediatamente e chiudere la botola. Dopo pochi minuti dall’inizio del coprifuoco è suonato il campanello. In un momento siamo andati a nasconderci, ma subito dopo c’è stato un urlo di gioia della signora che ci ospitava. Non erano urla di spavento, ma di gioia. Erano la mia mamma e mia sorella, che erano state rilasciate e sapevano dove eravamo nascosti. Siamo scesi e vi potete immaginare cosa fu quell’abbraccio. E ci siamo salvati. Successivamente, abbiamo fatto le carte false, diventando così la famiglia Nanni, per 9 mesi, e ci siamo salvati. Abbiamo lavorato, siamo andati in una pensione familiare e finalmente il 4 giugno sono arrivati gli alleati. Poi sono stata fortunata, perché ho rincontrato il padre dei miei figli, perché mi venne a cercarmi. E mentre la guerra finiva, ci siamo sposati nel maggio del 45’ ed essendo lui napoletano anche io sono diventata figlia di questa città.

Il messaggio…

Quando arrivarono gli alleati il 5 giugno del ’44 a Roma, nel ringraziarli dicendo “sono ebrea”, sentii l’immediato bisogno di dire a tutti chi ero io. Che sia chiaro, non per orgoglio, bensì per dignità. Non c’è nessun orgoglio ad essere ebrei, cattolici, musulmani, atei, ognuno può avere la cultura che vuole, l’importante è essere onesti, seri e, soprattutto, accettare l’altro da sé. La cultura è ciò che un bambino impara dalla mamma, quando questa gli insegna le preghiere, lo benedice. E cosa può insegnare una mamma? Ciò che lei, a sua volta, ha imparato dalla propria madre ed è per questo motivo che io sono ebrea, altri sono cattolici e altri musulmani. Siamo tutti uguali. La razza umana è una. Per questo motivo io vado a parlare nelle scuole da trent’anni. La mia è stata una vita meravigliosa, ho avuto un marito che mi è stato accanto per tutta la vita e cinque figli, i quali hanno sempre saputo di essere ebrei, ma non sapevano ciò che io e il padre abbiamo passato. I ragazzi devono sapere che la vita è bella, devono giocare con gli altri ragazzi. Quando è venuto fuori il negazionismo storico, nonostante il Papa fosse andato in sinagoga dopo duemila anni, e quando un cardinale francese si permise di dire “non è vero, non accadde nulla”, pensai: “Prima me li hanno ammazzati e adesso vogliono cancellarne la memoria?”. Amo Napoli e i napoletani.  La vita è bella e per questo io sono andata a parlare della mia esperienza nelle scuole, nelle università, facendo seminari, perché bisogna abituarsi a guardare l’altro diverso da sé che non è diverso da sé. È inutile parlare della storia antica senza pensare al domani con tutte le tragedie che abbiamo intorno. Ci dobbiamo abituare da sempre a capire che siamo un’unica razza umana. Abitarsi a guardare avanti in un’altra maniera. Alla mia età vedere che in tutto il mondo ci sono fuochi di guerra mi scandalizzo. Bisogna fermare questi delinquenti, perchè la loro violenza non dipende dalla loro religione.

di Angelo Morlando

About Fabio Corsaro

Ho 22 anni e da quasi 3 primavere sono giornalista pubblicista. Dirigo la splendida redazione di Informare, di cui faccio parte dai miei teneri 16 anni. Sono laureato presso l’Università di Salerno in Scienze della Comunicazione e, in virtù della specialistica, mi appresto a fare esperienze internazionali (non ricordatelo a mia mamma). Per il resto avanti con un detto che non muore mai... Per aspera ad astra!