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La liberazione: L’eccidio di Castelvolturno

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ambiente La liberazione: L'eccidio di Castelvolturno il fiume narrante I castellani, abbandonato il paese per tante diverse destinazioni, persero per lungo tempo il contatto fra loro.

Ognuno, con la morte nel cuore, si augurava che le notizie di rappresaglia provenienti da Castelvolturno, e portate dal vento della guerra, fossero infondate. Ma che, se vere, non riguardassero i propri parenti, specialmente i giovani, costretti a restare nascosti nelle masserie per foraggiare e proteggere gli animali.

Quando era possibile, c’era chi affrontava anche il rischio di avventurarsi, di fratta in fratta, per farsi vedere e tranquillizzare i familiari. E per portare qualche provvista alla famiglia che aveva offerto asilo. Ma tutti sapevano bene che l’intera zona della foce era presidiata dai tedeschi, per cui era preferibile rimanere rintanati.

Proprio il Volturno, infatti, era diventato una linea bellica di portata nazionale, strategica, e sulle sue rive si svolgeva uno scontro decisivo tra le Forze Alleate e i Nazifascisti. Da una parte il X Corpo d’Armata britannico; dall’altra la XV Panzer Grenadier Division del Comando tedesco.

La battaglia sul Volturno – da Castelvolturno fino alla Piana di Monte Verna – durò molti mesi. L’occupazione si concluse, finalmente, quando la 46° Divisione Alleata - tra il 13 e 14 ottobre del ’43 – superò la foce con mezzi anfibi, costringendo i tedeschi alla ritirata.

Fu una vittoria importante per il Sud e per l’intera nazione, che era rimasta spezzata in due.

Liberato il Volturno, gli alleati, che erano sbarcati a Salerno, poterono proseguire verso il Nord.

Ma fu lunga e dura la lotta che, alla fine, porterà alla Liberazione. L’Italia – ferita ma desiderosa di riscattarsi e di rinascere – si avviò verso una faticosa ricostruzione e un regime democratico.

Tornammo a casa.

 

La guerra – che è sempre voluta dai governi e mai dai popoli – aveva sconvolto la vita di tutti, e ogni famiglia si ritrovò da sola a piangere i morti, a verificare i danni, e ad aspettare i dispersi. Senza differenze di schieramento: di vinti e vincitori.

Elaborato il lutto, in famiglia e fuori, nessuno ha mai più parlato della guerra, come per obbedire alla necessità di una generale rimozione.

Ognuno avvertiva solo il bisogno impellente di ricostruire se stesso e la propria vita.

Nei paesi del Sud, il sacrificio per la Patria è stato sempre un indiscutibile dovere. Soprattutto per il Re e per la Regina. Per il Duce fu qualcosa  di diverso. Per questo motivo, non ha mai avuto molta importanza approfondire le ragioni di una guerra ineluttabile, voluta “dall’alto”. Nemmeno quando ha comportato la morte di parenti e amici. O addirittura un eccidio.

Fino a poco tempo fa, per i nati nel dopoguerra, era come se non ci fosse stato nessun conflitto. Ovviamente, c’ era chi aveva interesse a non parlarne, e a non fare sviluppare nei giovani una coscienza antifascista e democratica.

 

Castelvolturno ha pagato un prezzo molto alto, nel corso dell’ultimo conflitto mondiale.

Il ricordo della mia esperienza infantile della guerra, col tempo, da curiosità si era trasformato in necessità di sapere. Che cresceva sempre di più.

Eletto sindaco, nel corso degli anni Settanta presi contatto con l’Associazione Nazionale Partigiani perché valutassero le notizie che ero riuscito a raccogliere, per un giusto riconoscimento a favore del Comune.

Il presidente provinciale, Di Nardo Pasquale, persona semplice e disponibile, esaminati tutti gli elementi – altri già erano in loro possesso – non ebbe alcuna difficoltà a far conferire dall’ANPI una Medaglia d’argento anche a Castelvolturno “per il contributo dato alla causa della Resistenza”.

La esposi, in bella mostra, nella stanza del sindaco.

Purtroppo, quando alla nostra gestione popolare, subentrò un’amministrazione DC-MSI, la Medaglia – esecrata e vilipesa – fu gettata nel fiume. Le mie denunce non ebbero conseguenze. Ma continuai a chiedere notizie sugli episodi di guerra nel paese. *

Soltanto negli anni Novanta – di nuovo sindaco – mi è stato possibile approfondire e riordinare tutti i fatti più significativi di quel periodo storico,  e unificarli nella loro realtà locale, per celebrarli degnamente.

 

Le campagne erano continuamente battute da drappelli di nazifascisti, alla caccia di uomini nascosti. Se qualcuno veniva avvistato, era braccato, inseguito come lepre in fuga, fino a quando non veniva catturato o sparato.

Un giorno – siamo nell’ottobre del’43 – durante un pattugliamento, fu rinvenuto – all’interno di una siepe – il cadavere di un tedesco. Scattò immediatamente la mobilitazione di tutte le pattuglie presenti in zona, e si scatenò una feroce rappresaglia. Vi fu una caccia all’uomo, per le campagne, dentro le masserie, per i vicoli e le case abbandonate. Non fu tralasciato un buco.

Presso la “Macchia Boccone”, i tedeschi riuscirono a bloccare cinque giovani castellani. Tre  (Montesano, Orciuoli e Villano) furono trucidati

 sul posto. Gli altri due (Rocco Noviello e Modesto

Russo), riuscirono fortunosamente a fuggire, nonostante le ferite, nascosti dalla fitta boscaglia.

* (cfr. G. Capobianco e A. Caprio)

 

La rabbia dei tedeschi non si placava perché alle mostruose conseguenze di ogni guerra, essi univano il livore del risentimento causato dalla scelta degli italiani di unirsi alle Forze Alleate.

Il paese era deserto, non c’era più nessuno. Le strade erano vuote, come le case, spettrali e mute. Si poteva udire il vento che veniva dal fiume, e scivolava sibilante tra i vicoli. Come pure il fruscìo di ombre furtive che scappavano: se non erano di uomini, erano di animali sbandati.

Ad ogni piccolo rumore subito seguiva una raffica di mitra. Fu in occasione di una retata che i tedeschi catturarono altre quattro persone (Lisa Vincenzo, Zippo Nicola e Traettino Emilio con il figlio Aurelio).

Furono trucidati, all’istante, nei pressi del municipio, al di qua del muraglione lungo il fiume.

Lisa non era di Castelvolturno, ma faceva servizio presso la locale Caserma della Finanza, ed aveva sposato una castellana, Anna Traettino.

I fratelli Severino e Pericle Traetto, anch’essi catturati, furono costretti a scavare, sotto la minaccia dei mitra, una profonda fossa nello stesso luogo dell’eccidio, e a seppellire i cadaveri, l’uno sull’altro. Poi furono deportati a Carinola.

Devo a Severino – vigile urbano – se, in seguito, ho potuto conoscere direttamente tante circostanze relative a quell’eccidio: 8 Ottobre 1943.

Intanto, negli stessi giorni, in un canneto tra Pescopagano e l’Agnena, furono uccisi Mario Corrente – un giovane di Mondragone che aveva parenti a Castelvolturno – e Pasquale Simeone.

Notizie attendibili riferiscono che molti altri finanzieri caddero vittime dei nazifascisti. Ma non è stato possibile verificare i loro nominativi.

E’ certo, però, che vi furono molti feriti e molti deportati presso il Distaccamento di Casale di Carinola: si trattava di quelli che non erano riusciti a sfollare scappando lungo la riva di sinistra.

Quando arrivarono gli americani, le mura di cinta e il filo spinato del Distaccamento non riuscirono a trattenere più nessuno. Liberi come il vento, di corsa per i campi, tutti fecero ritorno a casa.

Ma non furono solo questi i castellani vittime della Seconda Guerra Mondiale. Di altri giovani, risucchiati dalla furia della guerra, per anni non si ebbero più notizie.

Le mogli e le madri, alla fine, si vestirono a lutto, e alla catenina con la croce appesa al collo, aggiunsero anche la foto smaltata e un po’ sbiadita del loro caro. Non avevano più nemmeno il coraggio di nutrire la speranza di un ritorno dai vari fronti di guerra.

In ogni donna di Castelvolturno c’era quello stesso spirito di cieca ubbidienza – in linea con il carattere di tutte le donne del Sud – che non faceva levare lamenti pubblici contro la guerra. Tutto il dolore era custodito nel profondo di ogni cuore, espresso solo in pianti solitari, ed era segnato dall’eterno vestito nero. Eccetto qualcuna, nessun’altra donna tolse più il lutto, perché nessuno mai fece più ritorno a casa.

Vi furono almeno altri 15 giovani castellani dichiarati morti. Parte in Russia, altri dispersi nel mare Egeo. Altri, ancora, sui vari fronti di guerra.*

Castelvolturno, dunque, nel corso del secondo conflitto mondiale, ha pagato l’alto prezzo di almeno 22 vittime, che può ritenersi un numero approssimativo per difetto. Quando, infatti, le notizie non vengono subito raccolte e registrate, la ricerca diventa difficile, perché occorre procedere tra voci e manoscritti, spesso fuorvianti.

Ma ormai avevamo tutti gli elementi per celebrare in modo imperituro gli eventi dell’ultima guerra.

La prima occasione utile fu il 25 Aprile del  1995. Per la prima volta, dopo 52 anni, fu distribuito ai cittadini un opuscolo con tutte le notizie relative all’Eccidio del ’43, e fu scoperta una lapide nell’androne del Comune. La dedica, ovviamente, è ai “Martiri di Castelvolturno”.

 

* ( Bernardo Francesco, Buonantonio Giuseppe, De Simone Giovanni, Fulco Fortunato, Fulco Riccardo, Morrone Michele, Noviello Arturo, Papararo Giuseppe, Prisco Donato, Romano Attilio, Romano Giuseppe, Sapio Rocco, Tatone Raffaele, Torrano Antonio, Traetto Cornelio).

 

 

Fu posta di fronte a quella che nel 1926 era stata già dedicata ai 13 morti nella guerra del 1915/18.

Pochi mesi dopo, nel corso della cerimonia del 4 Novembre, fu scoperta – sempre nell’androne del Comune, ormai ricco di storia – un’altra lapide “alla memoria”: per i morti nell’Egeo e sui vari campi di guerra d’Europa.

Fu una cerimonia affollatissima e toccante perché, dopo tanti anni, alla consegna delle medaglie non mancò nessun parente: vennero da ogni parte d’Italia. E anche dall’estero.

Ancora un anno, e intitolammo ai Martiri anche una piazza, che non poteva mancare. E’ proprio quella dove ci fu la barbara esecuzione:

“Piazza 8 Ottobre 1943 – Eccidio nazifascista”.

La più bella del paese.

 

Tutte queste continue iniziative diventarono momenti di coscienza collettiva e di riflessione sulle guerre. Anche il lutto di ognuno, per la prima volta, ebbe voce, e si ritrovò con quello degli altri.

Ora Castelvolturno ha “veri” martiri, vere lapidi di guerra, e un’intera piazza alla memoria: proprio quella dove si trova il famigerato cippo marmoreo di Mario Ricci.

Manca solo la medaglia d’argento.

La custodisce il fiume.

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Comune di Castel Volturno

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