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Unità d’Italia, le riflessioni di Ugo Di Girolamo

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Le questioni irrisolte della politica italiana nei 150 anni di unità

Il modo nel quale si è realizzata l’unità ha lasciato in vita alcune questioni ereditate dai vecchi regimi pre-unitari e ne ha create delle altre, che a distanza di 150 anni ancora pesano in maniera devastante sulla vita civile, economica e politica degli italiani. Ma prima di entrare nel merito di queste costanti dell’era unitaria, è opportuno ribadire le ragioni del valore dell’unità nazionale, che principalmente sono due.

1 – con la proclamazione del regno d’Italia, il 17 marzo1861, finisce un periodo tristissimo, durato tre secoli e mezzo, nel quale gli staterelli pre-unitari erano merce di scambio nei conflitti tra spagnoli, francesi, tedeschi, austriaci e ultimi inglesi, e la penisola era il luogo privilegiato dove questi popoli guerreggiavano. Con l’unità, l’Italia non recupera quel ruolo di avanguardia planetaria che aveva nel 1400. In questo secolo essa era la parte più ricca e avanzata del pianeta, con il Rinascimento aveva posto le basi di quella che poi diverrà la rivoluzione scientifica ed era giunta alle soglie della rivoluzione industriale. Tuttavia recupera un peso politico che le consentirà di tenere testa agli altri popoli europei.

2- L’unità ha segnato l’avvento del liberalismo e la fine dei regimi assolutisti dei quali era ricoperta la penisola, fatta eccezione per il Piemonte, unica monarchia costituzionale.

A)- La prima e forse più devastante costante della vita sociale e politica dell’Italia unita si sostanzia nel sentimento vasto, diffuso, profondo di estraneità degli italiani al proprio Stato, alle proprie istituzioni.

In Francia, Inghilterra, Olanda, Svezia, Norvegia e Danimarca l’avvento del liberalismo, il passaggio al potere della borghesia avviene con la partecipazione delle classi subalterne, contadini e proletariato urbano. Questa partecipazione segnerà il corso della storia successiva di questi paesi; le nuove istituzioni che si affermeranno finiranno con il diventare le istituzioni di tutto un popolo.

Diversamente in Italia una piccola e rapace borghesia (419.000 erano gli aventi diritto al voto per censo alle prime elezioni politiche) tiene rigorosamente fuori dal processo unitario le masse contadine (il 75% della popolazione). Unica eccezione la Sicilia, qui i contadini con la speranza di ottenere la terra dei latifondi accorrono in massa con Garibaldi , costituendo l’80% dell’esercito che combatterà sul Volturno la battaglia finale con i borbonici. Ma invece della terra ottengono – là dove come nel catanese si erano spinti un po’ oltre – solo fucilate. A tutto ciò si aggiunse il ruolo nefasto del Vaticano che incitava le masse contadine alla rivolta contro il nuovo Stato. Nessuna battaglia di Valmy c’è nella nostra storia risorgimentale, ma solo Lazzari, Sanfedismo e Brigantaggio. Il latifondo scomparirà definitivamente dall’Italia incredibilmente solo nei primi anni 50 del 900.

Giolitti pensava di risolvere il problema dell’estraneità degli Italiani al proprio Stato con l’ampliamento del suffragio elettorale (quasi universale solo nel 1912), ma il diritto di voto non comportò alcun cambio sostanziale del regime di vita delle classi subalterne. Mussolini, dopo aver largamente utilizzato l’antipolitica (che è la prima espressione di questa estraneità) provò a dare agli italiani il senso di appartenenza con la retorica patriottica e con una politica estera aggressiva, ma per riempire la pancia ci vogliono i maccheroni e non le chiacchiere, dicono a Napoli. Con la resistenza e la Costituzione del 1948 si sarebbe potuto finalmente avviare a soluzione il problema dell’estraneità degli italiani al proprio Stato, ma non fu così, tutto fu sacrificato sull’altare della lotta “comunismo – anticomunismo”, fino al crollo di tangentopoli. Quest’ultimo fenomeno invece di ispirare un mutamento di rotta, alimentò a dismisura il sentimento di ostilità verso la politica e le istituzioni. Sentimento poi abilmente sfruttato da Berlusconi.

B) – Quello di un elevato livello di corruzione costituisce la seconda costante della nostra vita politica (Sergio Turone 1992), che va di pari passo con il rifiuto da parte del ceto politico dei controlli di legalità sul proprio operato. L’unità fu realizzata, infatti, senza affermare realmente il principio costituzionale della separazione dei poteri e in particolare della giurisdizione. La politica divenne onnipotente (Carlo Giuseppe Rossetti 2001). Il nuovo Stato unitario ereditò la legge piemontese del 18 novembre 1859 n.3781, con essa la magistratura inquirente era sottoposta al ministro della giustizia (è quanto si vorrebbe riproporre oggi).

Questa condizione di subalternità alla politica è durata ininterrottamente fino al 1958, anno in cui finalmente, implementando il principio costituzionale di autogoverno del potere giudiziario, nasce il Consiglio Superiore della Magistratura, ma ci vorrà ancora un decennio prima che la prassi giudiziaria si scrolli di dosso ogni timore reverenziale verso il potere politico. Dopo tangentopoli, il ceto politico non potendo rimettere in discussione il principio costituzionale dell’autonomia ha pensato bene di eliminare quanto più possibile la legislazione di controllo e soprattutto di “sgangherare” la macchina della giustizia (Bruno Tinti 2009).

C) – il clientelismo è stato per 150 anni uno strumento principe di governo. Quote di bilancio dello Stato erano assegnate ai vari maggiorenti politici locali che le utilizzavano in maniera clientelare per creare consensi e per tenere insieme le varie parti del paese. Il meccanismo fu utilizzato anche dal fascismo, i vari ras locali svolgevano un ruolo rilevante nel mantenimento del consenso mediante l’uso dei fondi pubblici, ma anche con un clientelismo spicciolo fatto di permessi, autorizzazioni,licenze, ecc… Dopo la guerra con la DC il clientelismo raggiunse vette ineguagliate e non solo al Sud. Il PCI dove poté non si comportò tanto diversamente.

D) – Corruzione, clientelismo e voto di scambio sono il terreno di incontro e di osmosi tra il potere politico e i poteri criminali. Questo rapporto qualifica l’altra costante della nostra vita nazionale: la criminalità di tipo mafioso. Intreccio e penetrazione nello Stato che, in tutta l’Europa occidentale, sono avvenuti e avvengono solo in Italia.

Questo rapporto è testimoniato da una serie di analisti e attori dell’antimafia, dei quali sintetizziamo i più noti: Marco Monnier 1863, il Prefetto di Reggio C. 1869, Leopoldo Franchetti 1876, Giustino Fortunato, Pasquale Villari e Pasquale Turiello, coevi di Franchetti, il questore di Palermo Ermanno Sangiorgi 1898/9, il senatore Saredo 1901, Cesare Mori 1928/9, le commissioni parlamentari Pafundi 1962, Cattanei 1972, e successive fino a Violante 1993 e alle attuali. Tutti hanno certificato il permanente rapporto tra politica e mafie. In questi giorni si è avviato il processo all’on. Cosentino, non sappiamo come finirà, ma più di cento anni fa il deputato Giuseppe Romano eletto nel collegio Sessa – Mondragone fu espulso dal parlamento perché ritenuto il capo della banda di camorra dei Mazzoni.

E) – Il divario economico Nord – Sud è un’altra costante della vita italiana. Al momento dell’unità esso era valutato in questo modo: ad ogni cento lire di Pil pro-capite prodotte al Nord corrispondevano 80 lire al Sud. Sul finire del secolo parte la fase del decollo industriale, fase completata nel 1910, e il divario comincia a crescere. Tale crescita continua nel periodo fascista e nella prima metà degli anni 50 il rapporto diventa di 51/52 a 100. Ai tempi di tangentopoli il divario è all’incirca uguale (Carlo Trigilia 1992), oggi è cresciuto ancora un po’ . le politiche meridionaliste avviate dalla DC negli anni 50 hanno spinto la crescita dell’economia del Sud, ma anche il Nord è cresciuto e il divario è rimasto.

In uno studio del CENSIS, nel 2003, su “Impresa e criminalità nel Mezzogiorno”, la primaria responsabilità del mancato livellamento economico è attribuito alla presenza della criminalità di tipo mafioso (con i corollari di corruzione, clientelismo e voto di scambio).

F) – La storia unitaria italiana procede per regimi. E’ la tesi di Massimo Salvadori e Sergio Romano. Al regime monarchico/liberale si è sostituito quello fascista, a quest’ultimo quello cosiddetto “partitocratico”, per venire a noi e al “berlusconismo”.

Caratteristica dominante, comune, è che le forze politiche di opposizione sono delegittimate a governare dalla maggioranza. Nel regime monarchico/liberale repubblicani e socialisti non erano legittimati a governare, con il fascismo non lo era nessuno. Con la Repubblica solo la DC e i suoi alleati erano legittimati a governare, i comunisti assolutamente no! Se mai avessero vinto le elezioni si sarebbe aperta una crisi istituzionale con una possibile guerra civile.

Il crollo del muro di Berlino e la fine del PCI non comportò la fine di questo ostinato ostracismo. Berlusconi si muove nello stesso solco, chiunque gli si oppone, sinistra riformista o radicale, giornalisti o magistrati altro non sono che comunisti e come tali delegittimati

 

150 anni di “estraneità”e antipolitica, corruzione, clientelismo, rapporti mafie – politica, divario Nord/Sud ed esclusione dal governo dei partiti che di volta in volta hanno rappresentato i ceti popolari, sono le costanti della nostra storia politica unitaria.

Senza l’unità gli otto staterelli italici sarebbero arrivati all’industrializzazione con 80/100 anni di ritardo, come gli staterelli balcanici; saremmo stati spazzati via dalla storia e definitivamente emarginati.

Ma la mancata soluzione di alcune questioni che ci portiamo dietro da 150 anni sono alla base dell’attuale declino e impoverimento dell’Italia e ne minacciano l’integrità.

 

Officina Volturno

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Comune di Castel Volturno

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